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Un rapido
excursus storico, dalle origini ai nostri giorni, mette subito in
luce l’antica dignità del nostro felino domestico, che in alcuni
casi è arrivata persino alla “divina venerazione”.
Il primo
rinvenimento di un gatto è avvenuto recentemente sotto forma di
scheletro, accanto a quello del suo probabile padrone, in una tomba
di Cipro datata tra l’8300 e l’8000 a.C. Il gatto era stato sepolto
insieme al suo padrone per accompagnarlo anche nella vita
ultraterrena, a testimonianza del rapporto stretto ed intenso
esistente tra i due.
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In realtà le più importanti
testimonianze di felini addomesticati del mondo antico risalgono
all’Egitto, sotto forma di affreschi, dipinti su papiro e
bassorilievi.
Inizialmente apprezzato per le grosse capacità nel difendere granai
dai roditori, e l’uomo da serpenti e scorpioni, successivamente fu
amato per le stesse qualità che tutti conosciamo: la bellezza, la
grazia, l’agilità, la dignità, la pulizia. E gli Egiziani lo amarono
a tal punto da sviluppare un vero e proprio culto della personalità
di questo animale, venerandolo come sacro. Fu associato inizialmente
a Ra, la più potente divinità egizia, e più tardi alla dea Bastet,
la cui testa di gatto ed il corpo dalle sembianze umane, avevano il
ruolo di difendere la maternità, la fertilità, la gravidanza e
l’allevamento dei bambini.
Le leggi e le abitudini vennero
di conseguenza a questa sacralità: l’uccisione di un gatto era
considerato delitto passibile della pena di morte e se il gatto di
famiglia veniva a mancare i componenti si tagliavano le sopracciglia
in segno di lutto. |
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Al di fuori dei
confini dell’Egitto la diffusione del gatto avvenne, sembra, ad
opera dei mercanti micenei, i quali ospitando i gatti sulle proprie
navi, ne permisero la diffusione in tutta l’area dell’Egeo e da qui
nelle colonie della Magna Grecia, viatico alla definitiva diffusione
in Europa.
Testimonianze di
ciò sono monete del 500 a.C. in cui i fondatori di importanti
colonie come Taras e Rhegion (le attuali Taranto e Reggio Calabria)
erano raffigurati con un gatto.
Giungere da qui
alla Roma Imperiale, nella quale il gatto domestico ebbe la
definitiva affermazione e consacrazione, il passo è breve, passando
anche dal periodo etrusco, da cui ci giungono un bel dipinto dalla
Tomba del Triclinio di Tarquinia e numerose raffigurazioni su vasi.
Nella Roma Antica il gatto rappresenta un
compagno di vita e nell’aldilà. Sorprendenti sono di questo periodo
storico i numerosi nomi propri o cognomi con etimologia derivante
dalla parola “gatto”. Ne citiamo solo alcuni: Felicula, Felicla
(gattina o micina), Cattus, Cattulus (gatto, gattino).
Anche alcuni reparti dell’esercito romano
avevano come simbolo sugli scudi gatti di diverso colore, e la sesta
centuria della prima corte di guardia era detta Catti, cioè “i
gatti”.
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I Greci poi
identificarono la dea Bastet con la loro dea più popolare,
Artemide, anch’essa protettrice di partorienti ed infanti ma
nota soprattutto come Signora degli Animali.
Lo stesso fecero i romani con la
dea Diana, ma fu l’introduzione nell’Impero Romano del culto
di Bastet, poi identificata con la dea Iside, a rafforzare a
Roma il culto egizio del gatto sacro.
In ogni città infatti vi era un
tempio dedicato alla dea, detto Serapeum. A Roma ad esempio il
tempio sorgeva nell’attuale chiesa di Santo Stefano del Cacco,
dove venne rinvenuta la piccola statua della gatta che ancora
oggi si può ammirare su un cornicione di Palazzo Grazioli, in
Via della Gatta appunto (vedi foto). |
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Nel Medioevo la connotazione sacra lascia il posto agli aspetti
negativi quali le abitudini notturne, il carattere lunare,
irrazionale e, soprattutto la sfrenata sessualità che varrà da sola
l’associazioni con gli eretici, le streghe ed il maligno.
Per lungo tempo il gatto fu bruciato sul rogo delle streghe, ritualmente sacrificato e generalmente torturato.
Da Papa Gregorio IX il gatto nero è indicato nel 1233 come la reincarnazione di
Satana e più tardi nel 1484 Papa Innocenzo VIII scomunicò tutti i
gatti e decretò che fossero dati alle fiamme quelli trovati in
compagnia delle streghe.
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Solo nel Rinascimento
il felino domestico venne rivalutato in seno alla Chiesa: il
cardinale Richelieu aveva ed accudiva decine di gatti, e fece
scandalo il fatto che avesse lasciato parte della sua cospicua
eredità ai suoi amati felini.
Nelle corti di tutta
Europa divenne ben presto l’ornamento dei salotti e si guadagnò
la benevolenza di dame altolocate e di potenti ammiratori che si
facevano dipingere in loro compagnia ed alla morte erigevano
tombe e commissionavano epitaffi o sonetti.
Nell’Ottocento il
gatto torna finalmente a riconquistare gli spazi persi durante
il Medioevo in tutta Europa, ne sono testimonianze opere di
artisti famosi come Pinelli o Diofebi. Alla fine dell’Ottocento la passione è tale che si organizzano le
prime mostre ed esposizioni feline, nascono istituzioni che
favoriscono la selezione e definiscono gli standard delle diverse
razze. E’ l’alba del gatto come inteso ai nostri giorni, amato come
in un lontano passato, un po’ meno sacro ma molto aristocratico e
soprattutto rispettato. |
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Nel Novecento emblematici
sono i gatti di Roma: furono alimentati a spese del Comune con
razioni di trippa fino a quando la scarsezza delle risorse erariali
consigliò dei tagli di bilancio da cui il celeberrimo detto “nun c’è
trippa pé gatti”! Oggi i gatti di Roma sono divenuti un’istituzione,
amati come quelli egizi, accuditi in colonie feline con devozione
dalle famose “gattare”, che ogni giorno mettono a disposizione il
loro tempo e la loro passione per la rituale offerta di cibo.
La stessa affettuosa
devozione che il gatto merita e riceve da milioni di persone
nel mondo, in quanto incarnazione di nuovi valori, simbolo di
libertà ed autonomia.
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